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Quando la legge è illegale: l’arresto di Julian Assange, un delitto imperfetto

I fatti dell’11 Aprile ci prestano l’occasione per condurre un’analisi sul delicato rapporto tra dominazione, legge e uso della forza. Un rapporto complicato che ha origini antichissime e ripercussioni sull’oggi.

Tempo di lettura: 10 minuti

Nel corso della Storia molte riflessioni sono state svolte sul ruolo del diritto in rapporto alla politica, sull’ambiguo limes che separa forza, diritto e politica.
Si fa tradizionalmente risalire a Sofocle la prima riflessione sul conflitto tra autorità della legge e ribellione individuale davanti ad una legge palesemente ingiusta secondo il sentire morale. Nell’Antigone il drammaturgo greco contrappone il potere odioso e formale, rappresentato da Creonte, con Antigone che, animata da quella che Kant, due millenni dopo, avrebbe chiamato legge morale, contravviene ai decreti del sovrano per dare degna sepoltura al fratello morto ribellandosi contro il sovrano.
L’ambiguo margine ancora oggi interroga politici, filosofi e giuristi i quali cercano di combattere le ingiustizie stando allo stesso tempo dalla parte della legge ed usando gli strumenti che questa mette a disposizione. Un’ aporia che pare ancora oggi irresolubile, scolpita da Platone in una celebre frase che ancora oggi risuona problematicamente. Il filosofo affermava che la legge è oppressiva “se il giusto è l’utile del più forte” (Repubblica). Dunque la legge andrebbe infranta quando ci risulta oppressiva?
Davanti ad un quesito di tale grandezza, non esiste una risposta universale, né da un punto di vista oggettivo, ancora meno da quello soggettivo. Scontrandosi, infatti, con la sensibilità e le possibilità di ognuno è difficile giungere a conclusioni affrettate.


La tradizione giuridica occidentale ha visto nel corso degli ultimi secoli una reviviscenza del dibattito con l’affermarsi della corrente del positivismo giuridico (o giuspositivismo) le cui basi, seppur in maniera abbozzata, si trovano già in Hobbes quando afferma che è l’autorità a dettare la norma, non la verità ( Auctoritas non veritas legem facit, Leviatano, 1641).    Queste teorie verranno riprese da Gustav Hugo, considerato il capostipite del positivismo giuridico, nel suo «Trattato di diritto naturale come filosofia del diritto positivo» in cui asserisce la posizione capitale che la legge formale deve avere rispetto alla morale ed al diritto naturale. L’apogeo di questa dottrina si ebbe nel corso dell’Ottocento specialmente in Germania e Francia le quali partorirono codici di leggi che avevano la pretesa di raccogliere tutto il diritto applicabile. Sarebbe dunque stato sufficiente leggere il codice per sapere tutto ciò che era lecito in quel Paese ed ogni comportamento concreto poteva essere meccanicamente ricondotto ad una fattispecie generale per capire se era legale o meno.
Ultimo grande rappresentante di questa filosofia del diritto, almeno nella prima parte della sua riflessione,  fu Hans Kelsen, il grande giurista austriaco che formulò la Teoria pura del diritto, il cui fine precipuo era «liberare il diritto da quel legame per cui è stato sempre unito alla morale» (Lineamenti di teoria pura del diritto, 1934).
A spezzare le reni definitivamente alla concezione formalista della legge fu la Storia del Novecento quando nel breve volgere di vent’anni vennero infrante tutte le leggi morali ma nemmeno una formale. Il riferimento è al drammatico periodo dei totalitarismi europei, quando furono perpetrate le peggiori atrocità nel pieno rispetto della legge; un particolare non di poco conto che costrinse lo stesso Kelsen a riconoscere la crisi della sua teoria e rivisitare i suoi lavori precedenti per supplire alle carenze, oramai divenute evidenti ed innegabili di un pensiero che tagliava fuori ogni aspetto che non fosse strettamente legalista, condannando ad un’inevitabile divaricazione diritto e realtà sociale. Dopo la guerra fiorirono riflessioni sul tema e venne recuperato l’apporto del diritto naturale laicizzato, epurato da elementi religiosi o ideologici e pre-politici, per una crossfertilisation col diritto formale in modo da tenere in piedi un impianto giuridico formalmente e sostanzialmente… “giusto”. Un esempio brillante di questa sapiente miscela tra forma e sostanza è indubitabilmente la Costituzione italiana del 1948.


Un breve excursus storico può aiutare meglio a comprendere la vicenda del ribelle, della spia, dell’eroe, del bandito informatico Julian Assange.
Londra. 11 aprile 2019. Una camionetta di agenti inglesi si presenta in piena mattinata all’ambasciata dell’Ecuador e preleva un recalcitrante Assange per tenerlo in custodia, mandarlo a processo e poi probabilmente in carcere per violazione di obblighi domiciliari. Arresto che già prima era stato chiesto dal Dipartimento di Giustizia degli Usa per aver violato password di archivi inaccessibili, anche con l’aiuto di Chelsea Manning, l’ex militare statunitense talpa che fornì un’impressionante mole di dati a WikiLeaks sulle nefandezze compiute dall’esercito americano in Iraq e Afghanistan.
Da sette anni Assange viveva nell’ambasciata dell’Ecuador perché l’ex Presidente socialista Correa gli concesse asilo politico, in segno di amicizia e gratitudine, per quanto aveva fatto al fine di smascherare la doppia morale statunitense. V’è infatti da ricordare che Correa, Presidente dell’Ecuador dal 2007 al 2017, fu fautore di una riuscita politica di welfare e di diminuzione delle disuguaglianze tramite una rete di cooperazione tra i Paesi sudamericani. Per questi motivi, subì per tutto il corso della sua Presidenza una netta opposizione da parte degli Stati Uniti, minacciati da una diminuzione della loro influenza sul “giardinetto sudamericano”, specie in ambito economico dove le multinazionali nordamericane spadroneggiano dispoticamente da decenni contribuendo ad aumentare le disuguaglianze, smembrando il tessuto sociale tradizionale e rovinando l’ecosistema con produzioni totalmente insostenibili.
Il mutato quadro politico sia negli Stati Uniti che in Ecuador, con l’elezione di Lenin Moreno, ennesimo fantoccio occidentale posto alla testa di un governo totalmente sottomesso ai voleri della dittatura economica liberista, ha determinato la revoca dell’asilo a Julian Assange, vittima di interessi geopolitici più grandi di lui.

Per la riflessione storica svolta in precedenza, risulta evidente che i formalismi giuridici che verranno addotti, non saranno che specchietti per allodole per abbindolare i meno preparati e per tenere sempre più sedata un’opinione pubblica totalmente inerte davanti a fatti di indicibile gravità, sottomessa a flussi di notizie talmente massicci ed eterogenei da non capire più il confine tra lecito ed illecito, tra legge e morale, insomma, tra potere e ingiustizia.
Per questi motivi è necessario resistere su tutta la linea e con ogni mezzo contro-egemonico a questa vergognosa ingerenza contro la libertà di diffusione di notizie scomode ai potenti. La magra consolazione, che conferma la tesi della repressione, è che quando i potenti non hanno altri mezzi meno visibili e subdoli sono costretti ad usare la violenza per reprimere il dissenso, ieri questa violenza è stata macroscopica e tale deve essere il coro di risposta a quest’atto barbaro: Assange libero!

Se vuoi dare un contributo concreto a questa causa, firma questa petizione!

https://i.diem25.org/it/petitions/1?show=form

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