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Grazie, Leader

Il treno non era che un vecchio carro bestiame per pendolari.

In stazione non si respirava quell’atmosfera elettrizzante di viaggia e d’impara.

Si tratta di una piccola linea che collega la provincia alla città, di quelle dove nessuno dei passeggeri viaggia con valigie o pesanti borsoni.

Studenti e lavoratori ciondolando per la stazione cercano di sfuggire ai minuti di attesa, è dominio assoluto di sigarette annoiate e cuffiette di plastica.

Tutti sperano che accada qualcosa che l’intrattenga, gli occhi affamati si muovono in branco verso le rotaie per cercare il treno che non arriva. Il treno non è altro che una scusa, o un fine vuoto. Se qualcuno si accorgesse di essere osservato mentre sta accanto le rotaie non potrebbe mai accusare l’osservatore di invasione, poiché era la vittima a trovarsi fatalmente sulla direzione del treno. Gli occhi si sentono sicuri, dunque, anche nel penetrare solida materia come se nulla fosse, purché dietro di essa stia, a chissà quanti chilometri di distanza, un grosso treno azzurro e bianco.

Dai vecchi altoparlanti sibila il suono di un campanellino digitale, seguito da un messaggio preregistrato che annuncia 15 minuti di ritardo per il treno.

Solo che come per magia, invece di un messaggio preregistrato che annuncia 15 minuti di ritardo per il treno, le orecchie di chi è pratico di stazioni iniziano a sentire l’incipit de “La cavalcata delle Valchirie”.

Inutile alzare il volume delle cuffiette, infittire la lettura del libro o lo scorrimento delle bacheche di Facebook, gli occhi e le orecchie ormai sono al limite di sopportazione, devono divorare quello che sta per succedere.

Invece degli archi abbiamo il parlottare di chi ha immediatamente avviato una telefonata, per avvisare del ritardo.

Le prime a scoppiare sono sempre le siure. Over 50 ma che dimostrano almeno 80 anni, incazzate coi negri perché dopo 50 anni di misera vita di provincia si ritrovano a condividere i mezzi con chi in Italia sta al massimo da due anni. Non possono sfuggire alla loro stessa miseria finché quella signora rumena siede con orgoglio di fronte a loro, come se niente fosse, come se non sapesse di essere inferiore a loro.

Ed è subito spiegazione.

Infiniti racconti di quel che avranno da fare in giornata, di come quei 15 minuti di ritardo hanno distrutto i sogni di una vita. Con quello che pagano di abbonamento è assolutamente inaccettabile una simile svista. Che rispetto sia. Già e non parliamo poi dei pullman che l’11 sembra di stare in Congo (questa frase è incredibilmente efficace: non solo esprime tutto il disdegno della siura, ma le permette anche di vantare una certa esperienza di luoghi esotici come Torino centro).

Ma Wagner non si accontenta di un paio di vecchie. E le vecchie non si accontentano di loro stesse. Hanno entrambi bisogno di orecchie che ascoltino i loro fini componimenti e di bocche che diano risposte rassicuranti, di teste che facendo su e giù trasmettano tutto il loro assenso.

Serve un leader della rivolta.

A differenza delle siure i leader non hanno categorie d’età. Sono quasi sempre uomini. A differenza delle siure il leader non ha nulla da condividere, poiché vero altruista. Inizialmente è distaccato, non può permettere alla situazione di coinvolgerlo. La professionalità sta nelle buone maniere.

Dopo aver rassicurato le vecchiette e aver ascoltato i loro racconti, lascia temporaneamente il fianco del partner (il leader è sempre accompagnato) per agire. Andrà a parlare col capo stazione. Terrà sempre modi estremamente aggressivi, malamente camuffati da frasi fatte, “Capisco che stiate lavorando…/ So che non dipende da lei…/ Vogliamo solo arrivare a…”.

Il leader sa bene che non serve a nulla tutto quello che fa. Serve a lui. Si nutre di finto potere. I suoi cannoni di Tchaikovsky, il suo personale magico orgasmo, è raggiunto con la sua tecnica definitiva: estrae la sua katana di Hanzo, il cellulare, per contattare l’ufficio dell’azienda che si occupa dei mezzi pubblici. Sentirsi in controllo, sentire l’ammirazione delle vecchie, l’attenzione su di lui. Ecco che ha risolto la situazione. Nessuno più si annoia, nessuno più bada al ritardo del treno, gli sguardi non si divorano l’un l’altro, poiché il leader ha dato a tutti un nemico più personale del destino, ma poco più che la voce dell’altoparlante della stazione.

Per gli alleati è il treno, per gli altri, come me, lui stesso è diventato nemico. Tant’è che perdo tempo nel parodizzarlo.

Grazie, Leader, per avermi salvato dalla noia.

-Lorenzo

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