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Il cane di Eva

Le Sacre Scritture, per quanto più o meno prolisse possano considerarsi, sono in alcuni casi avide di dettagli e approfondimenti così che, per sopperire alle lacune del fluire narrativo, è a volte necessario qualcuno disposto ad abbandonare il retto e luminoso sentiero della canonicità per precipitare repentinamente nella fantasia e soddisfare anche i dubbi meno necessari, ma che il rapido intelletto vistosamente impone.
Pertanto, se avrete le orecchie per ascoltare e il fiato per cullare ciò che la tradizione non ha dischiuso,intendo qui raccontarvi la storia più antica del migliore amico dell’uomo.

Prima della cacciata dall’Eden, Eva e Adamo possedevano un cane di nome Canis con cui trascorrevano giornate di beatitudine e zelo. Canis era saggio e introverso, amava cacciare, amava vivere e tutte le notti osservava le sorelle Stelle per domandar loro quali fossero la lingua e il volto di Dio.
Inspiegabilmente, Canis nutriva un profondo Amore per Eva e per questo sempre la seguiva e al suo fianco le spiegava lo scorrere dell’esistere e la delicatezza delle farfalle: solo le placide nuvole lo interrompevano poiché, a suo dire, nascondevano Dio ai suoi occhi.
Adamo ed Eva, non avendo a quei tempi mangiato dall’albero della conoscenza, potevano intendere le parole di Canis poiché ancora non si era insinuata nel mondo la dicotomia Bene e Male che alle relazioni con gli animali è estranea e che rende grezze e vacue agli uomini le conoscenze condivise dagli altri viventi. Così i tre erano soliti intrattenersi in lunghe e dolci conversazioni che il più delle volte si concludevano con il riconoscimento della saggezza di Canis, il quale, scodinzolando, ricordava invece la sua inferiorità dovuta all’incomprensibilità, per lui, della lingua di Dio.
Oh, quanto ammirava Eva e Adamo per quel dono!
Anche se Dio, stando a quanto riferiva Eva, non era particolarmente loquace, egli avrebbe voluto udirne la voce anche per pochi istanti, avrebbe desiderato solo sentire il proprio nome: “Canis!” e sarebbe accorso a Dio per leccarne la mano benedicente.
Con questa speranza, Canis le notti osservava le Stelle e con lunghi ululati supplicava loro di rivelargli quali fossero la lingua e il volto di Dio, senza però mai ricever risposta.
Per sua fortuna, a quei tempi Eva, avendo il cuore ricolmo di fede e misericordia, era disponibile a descrivere e ridescrivere il volto del Signore, così che Canis, rapito da sublime reverenza, potesse tentare di dipingerlo non già con pigmenti e pennelli, ma con lunghe corse in verdi prati sconfinati. Lunghe corse che – con innumerevoli variazioni, curve e rette – tracciavano geometrie e figure il più possibile attinenti alle istruzioni di Eva che, non essendo dotata di intelletto motorio pari al cane, non riusciva mai giudicare la fedeltà dell’operato.
Ma Canis, comunque, era sempre lieto di glorificare dinamicamente il Signore.

Un giorno, mentre Canis immobile aveva le zampe immerse nel fango e lo sguardo fisso su di una coppia d’anatre – pronto allo scatto che avrebbe tolto loro la vita – venne bruscamente scosso da un suono assordante proveniente dal cielo sopra Adamo ed Eva. Questi avevano mangiato del frutto proibito e sollevato l’ira del Signore. Canis non approfittò dello sgomento delle anatre che le aveva rese prede fin troppo facili ma, anzi, balzò fuori dalla melma per soccorrere la sua amata Eva. Durante la corsa disperata verso la coppia umana il cielo si annuvolò, coprendo al cane il volto di Dio, e un forte vento iniziò a soffiare, così che gli occhi del cane dovettero chiudersi, affidandosi al solo udito orientato alle suppliche della Donna primordiale.
Il cane corse, corse nella cecità per alcuni minuti.
Una volta giunto dinnanzi alla coppia per la prima volta peccatrice, immediatamente spiegò loro che quanto avevano fatto poteva essere rimediato, certo con grandi sacrifici, ma che sarebbe stato sufficiente seguire le sue istruzioni e nulla sarebbe cambiato. Tuttavia, mentre tentava di rassicurare l’amata Eva, gli si posarono addosso gli occhi vitrei di chi non comprende e ha paura, così che la terribile realtà fu improvvisamente chiara: la sua adorata aveva irrimediabilmente perso la facoltà di intendere gli animali, lui compreso.
Il Bene e il Male si erano annidati nel cuore dell’uomo.
Non c’era più spazio per la genuinità dell’animale, così come per la spontaneità suo linguaggio. Canis decise allora che avrebbe seguito Eva ovunque, non importa quale sorte Dio le avrebbe riservato, poiché se già un mondo senza Dio era insopportabile, ancor peggiore sarebbe stato senza la Sua diretta rappresentazione che in Eva trovava realizzazione.
Iniziò ad allontanarsi con la coppia dall’Eden, non comprendendo i loro atteggiamenti di vergogna, di pudore e di astio per Dio. Colmo di tristezza si accostò, come sempre, al fianco di Eva e tentando ancora di parlarle comprese l’incommensurabilità dell’incomprensione che li divideva per sempre.
Ma, quando ormai l’Eden era solo più proiettato dall’ombra dello stanco Adamo, Canis udì una voce dolcissima e si fermò. Udì, per esser precisi, una sola parola: il suo nome.
“Canis”.
Dopodiché una farfalla, dall’immensa altezza della sua delicatezza, gli si posò sul muso umido.
Egli prese ad osservarla come si osserva ciò che si aspetta da tutta una vita.
Quindi Canis obliò Eva, scoppiò in lacrime e, mirando la farfalla, recitò una poesia scandita dal placido batter d’ali.

La Sua voce ritma,
vibra
il mio timpano mai sazio
e così sono una farfalla
nello stomaco di
Dio.



-Caduceo

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