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Proorismalgia: il desiderio agrodolce delle emozioni che saranno

  Data l’ineludibile incomunicabilità del proprio stato mentale e della propria fenomenologia psicologica, possiamo evidenziare come il linguaggio sia una capacità umana profondamente ambivalente: da una parte, esso dischiude – a chi lo apprende – l’immenso corpus di conoscenze, pratiche, simboli e umori proprio della comunità linguistica di riferimento, dall’altra parte obbliga l’attività interpretativa mentale al gravoso giogo costituito dalle culturali categorie logiche e semantiche proprie della lingua stessa; giogo che deforma, limita e cancella intere porzioni del vissuto.
  Proprio per questo, nella mia dimensione cultural-comunicativa posso esprimere efficacemente a terzi di esser innamorato di una donna o di esser arrabbiato per un conto salato poiché queste emozioni rientrano nel giogo limitativo della mia lingua. Allo stesso modo, però, non sarò in grado di trasmettere emozioni quali, ad esempio, lo Iktsuarpok (Inuit: designa lo stato di attesa esperito verso qualcuno e che spinge continuamente a controllare se tale persona sia arrivata), lo Sehnsucht (Tedesco: designa lo struggimento romantico, l’intenso desiderio, la “malattia del doloroso bramare”), il cringe (Inglese: indica l’estremo disagio provato quando si assiste a qualcuno che agisce in modo particolarmente imbarazzante o strambo) o l’impotenza connessa al Latah (lingua malese: designa una sindrome patologica del Sud-Est asiatico caratterizzata da manifestazioni convulsive o che richiamano la catatonia, con la peculiare differenza che il soggetto è cosciente di quanto gli sta accadendo e se ne rammarica senza poter fare nulla) se non attraverso fredde e apatiche circonlocuzioni o comportamenti pur tuttavia incapaci di manifestare la complessa trama emotiva esperita.
  Dunque, l’appartenere ad una comunità linguistica e culturale ci porta spesso a giudicare ingenuamente alcune emozioni come “oggettive” (dimenticando di tener conto che il terreno delle emozioni potrebbe fondarsi, piuttosto, su una fragile soggettività condivisa) e ad avanzare pretese di esclusività: è reale solo quell’emozione che rientra nel mio bagaglio linguistico e che è da me nominabile.

  Alla luce di queste considerazioni preliminari, questo articolo vuole essere un manifesto. Il manifesto che legittimizzi linguisticamente e culturalmente la “nuova” emozione caratterizzante il post-moderno, la crisi mondiale, la speranza di vita che si allunga e la morte dell’occidente: la proorismalgia.
Il neologismo è forgiato dall’unione di due parole greche: προορισμός (proorismós, ‘destinazione’) e άλγος (álgos, ‘dolore’), per esprimere il dolore-piacere relativo alla previsione dei ricordi che devono ancora essere. Si prova proorismalgia quando si è al contempo addolorati e bramosi per i ricordi che si avranno a partire da un certo momento, quando il proprio animo è smosso dal pensiero “domani, quando penserò ad ora, vorrò rivivere l’hic-et-nunc ma al contempo fuggirne: il riflettere su queste supposte emozioni future cagiona in me l’emozione della proorismalgia” o ancora “quando partirò per le ferie la prossima settimana, ripenserò al lavoro in ufficio di adesso, alla trascorsa fatica e al tempo che non rivivrò mai: lo sconvolgimento passionale che deriva dall’immaginare queste future emozioni è la proorismalgia”.
  La proorismalgia è nostalgia futura vissuta nel presente, è la congiunzione del dolce soffrire per il tempo che sarà passato quando si ripenserà all’adesso e dell’amaro godere della destinazione che sarà ormai raggiunta quando si ripenserà al presente.
E’ l’emozione perno del viver biografico, è l’estinzione della temporalità, è la forma elementare dell’eterno.

  La proorismalgia si impernia su di un fatalismo radicale di ciò che sarà e di ciò che io proverò al riguardo, costituendo così la massima espressione possibile di fuga dalla responsabilità in quanto concedente – a chi la prova – di esser temporaneamente ‘sollevato dal suo incarico’ verso il qui-e-ora e di crogiolarsi/struggersi in un presente fantasmatico e iperesteso al futuro. Pertanto, essa si tratteggia come un pagamento emozionale anticipato e fallimentare con il proprio Sé ebbro di un tempo che non ha più alcun valore poiché percepito deresponsabilizzato e incontrollabile.

  Anticipatore è il termine chiave per comprendere la natura del proorismalgico: egli non può fare a meno di prospettare la propria vita futura e la propria destinazione esistenziale e non può fare a meno di esperire tutto ciò già adesso. Conseguentemente, attraverso una breve elaborazione, si può definire la proorismalgia come una emozione di quart’ordine temporale se al primo ordine collochiamo le emozioni esperite nel presente per un evento presente, al secondo le emozioni esperite nel presente per un evento passato e al terzo le emozioni presenti per un immaginato evento futuro. La proorismalgia si fonda sulla base di una catena temporale preesistente anche se realisticamente non ancora compiuta: essa è emozione esperita nel presente di ciò che sarà emozionalmente vissuto come passato (vedi figura sotto).
E’ possibile notare che l’evento scatenante (ES) – ovvero quel qualcosa reale o supposto che cagiona un vissuto emotivo – nella proorismalgia risulta essere duplice:
-Il qui-e-ora per cui il futuro Sé proverà una certo sentimento nostalgico (ES1).
-Il futuro Sé che rimugina sul Sé del presente (ES2).
E’ inoltre possibile sottolineare che la proorismalgia presenta un’affascinante ridondanza emozionale per cui si ‘innesta’ l’esperienza emozionale di oggi con quella che potrà essere l’esperienza emozionale di domani.

  Io, personalmente, sono intensamente proorismalgico la Notte, quando la mia mente – nel suo tortuoso peregrinare – approda al me anziano che mi guarda attraverso le lenti della memoria e che vorrebbe essere di nuovo qui o, meglio, essere di nuovo ora, forse per rassicurarmi dell’infinita bellezza e assurdità della vita che mi appresto a vivere.

Possiamo immaginare la proorismalgia come il desiderio agrodolce delle emozioni che saranno.

-Caduceo

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